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Meandri

Anno: 2014
Genere: Otto romanzi brevi sui meandri della mente
ISBN: 978-8863211092
Edito da: Pioda Imaging Editore

Goffredo

Mio nonno morì con le gambe gonfie per lo scompenso cardiaco, chiese un po’ di brodo e quando mia nonna andò in cucina per scaldarlo lui morì, lei tornò e pensò che dormisse, allora posò piano il piatto sul comò e si avvicinò parlandogli dolcemente per svegliarlo, ci teneva che mangiasse qualcosa, si avvicinò sino a sfiorargli l’orecchio con le labbra e allora si accorse che era morto e gridò.
Quando sentii gridare il suo nome mi arrampicai su un albero di nespole e stavo raccogliendo le piccole e brune nespole selvatiche quando mi dissero che era morto, dopo nessuno badò più a me ed io rimasi sull’albero sino al tramonto del sole, quando scesi scavai una buca e seppellii le nespole sotto l’albero insieme al grande fazzoletto di cotone bianco con i bordi blu che lui mi aveva dato per raccoglierle.
Giorni dopo arrivò la notizia che ci avrebbero tolto la casa e saremmo andati a stare in una stazione molto più piccola, che sorgeva isolata dove finiva la linea ferroviaria, in mezzo alla grande pianura.
La più giovane delle mie zie fu presa dallo sconforto al pensiero di andare in un posto ancora più sperduto e pianse… è in mezzo al deserto… diceva… e non c’è nemmeno la luce elettrica… vedrai che non succederà… la consolava il fratello… andrò al dipartimento, dovranno ascoltarmi, spetta a me la stazione di mio padre… mia zia piangeva stando seduta con la faccia tra le mani e lui stava in piedi e guardava fuori dalla finestra, guardava lontano come se vedesse il dipartimento.
Due giorni dopo, scese dal treno e bastava guardarlo per capire che era andata male… dicono che sono troppo giovane… sussurrò a capo chino guardando con attenzione il pavimento della cucina… il posto qui spetta ad un altro che ha più anzianità di me… capii che qualcun altro avrebbe mangiato le ciliege che stavano maturando sul grande albero al centro del giardino, pensai che alcune erano ancora verdi e parecchie appena rosa da una parte e che non avrei fatto in tempo ad assaggiarne nemmeno una.
Quell’albero lo aveva innestato mio nonno su un ciliegio selvatico e faceva delle grosse ciliege che diventavano da rosse quasi di colpo dolcissime e nere come il sangue rappreso.
Mi ricordai che quando molti anni prima eravamo arrivati in quella casa avevo trovato dietro la porta della cucina piccola un soldatino di piombo a cavallo, era un lanciere, un ulano con il cimiero a losanga sull’elmo e il cavallo baio, era un bel soldatino, pensai che doveva averlo dimenticato un bambino che viveva in quella casa prima di me, o forse lo aveva lasciato di proposito a guardia della cucina piccola che nessuno usava e nella quale potevo giocare, per parecchio tempo avevo tenuto da parte il lanciere pensando che il bambino sarebbe tornato a riprenderlo poi lo avevo mischiato con i miei cavalieri, ma era stato lasciato indietro e anche quando stava schierato con gli altri sembrava un po’ offeso per il fatto di essere stato abbandonato.
Caricammo tutte le nostre cose su un vagone merci che il giorno dopo fu agganciato ad una locomotiva e trasportato verso nord-est, verso la piccola stazione nella pianura, noi viaggiammo su un altro vagone e tutti eravamo tristi, mio zio continuava a ripetere che non era giusto e che il posto di suo padre spettava a lui e che anni prima gli era stato garantito… anche tuo padre lo diceva… confermò mia nonna… lo avevano garantito anche a lui… aveva gli occhi pieni di lacrime, quando non guardava fuori dal finestrino si teneva la fronte con la mano ed io mi chiesi perche la vita fosse così ingiusta con noi.
Mi aspettavo un posto tetro sotto un cielo plumbeo una specie di catapecchia in rovina, un posto dal quale fuggire al più presto, ma quando saltai giù dal treno il sole splendeva alto e la stazione, imbiancata a calce e con il tetto spiovente coperto di ordinate tegole rosse, non era affatto brutta o in rovina. Prima ancora di entrare in casa mi ero innamorato di quel posto, uno stradone asfaltato e dritto passava davanti alla stazione e si perdeva nella pianura attraversandola da est ad ovest, l’unico binario della ferrovia, a scartamento ridotto, aveva uno scambio che consentiva di deviare su un binario morto, le rotaie erano color ruggine e lucidissime nei punti dove le ruote d’acciaio frenavano, il binario principale si allungava verso lontane boscaglie.
Il vagone con le nostre cose fu lasciato sul binario morto e il treno ripartì fischiando e sprigionando una nuvola di vapore, restammo per un po’ di tempo come incantati a guardare il vagone fermo in mezzo a quella solitudine, il treno era già lontano e si vedeva soltanto il fumo sbruffare grigiastro e quasi dritto nel cielo quando lanciò il suo ultimo fischio lamentoso.
La mia famiglia era disperata di ritrovarsi in quel deserto, le zie piangevano quasi ogni giorno prima di mangiare e prima di andare a dormire quando accendevano le lampade a petrolio, io invece ero affascinato da tutto quello spazio. Esplorare mi era sempre piaciuto e in tutto quel territorio non si vedeva l’ombra di una casa o il segno di un recinto, non c’era traccia di coltivazioni o di campi che non si potessero attraversare liberamente, lo stesso asfalto dello stradone era costellato di erbacce che crescevano nelle crepe e nelle buche ed anche il fatto delle lampade mi piaceva, era una bella luce quella delle lampade.
Doveva sorgere una città mineraria in questa zona… disse mio zio a mia nonna… costruirono la ferrovia e la strada per trasportare i materiali ma poi si accorsero che la vena di minerale di piombo o argento che avevano trovato non era abbastanza ricca e il minerale che sembrava inizialmente abbastanza puro era in realtà sempre meno conveniente da estrarre e sospesero tutto, rimase la stazione e la strada e da qualche parte devono esserci i resti del villaggio minerario… e noi siamo finiti qui… concluse triste mia nonna guardando lontano… aveva gli occhi di un celeste quasi grigio mia nonna ed era abituata a guardare il mare, non trovava riferimenti in tutto quel giallo stoppa e marrone bruciato della pianura intorno.
La pianura in lontananza era costellata di radi boschetti e verso sud tondeggiavano basse alcune colline. Un grosso torrente scorreva oltre lo stradone, infossato di alcuni metri sotto il livello del terreno, subito sopra il livello dell’acqua si vedevano tutte in fila le tane scavate dai granchi e le rane saltavano nell’acqua a decine mentre ti avvicinavi.
Il torrente sfociava in una specie di acquitrino che in realtà era un fiume che non avendo argini in quel punto allagava la campagna intorno formando una vasta palude nella quale l’acqua anche se lentissima continuava a scorrere.
Il punto in cui il torrente si riversava nella zona impaludata era ricchissimo di trote, si potevano pescare persino con le mani se si era abbastanza veloci da colpirle con le mani a coppa e lanciarle sulla riva che in quel punto era bassa e sabbiosa. L’acqua era tanto trasparente e poco profonda in quel punto che si potevano vedere le bisce dare la caccia agli avannotti che brulicavano su alcune rocce piatte che si inclinavano verso il fondo.
Era come vivere in un deserto, a parte le persone di casa, intorno non c’era anima viva, ogni giorno girovagavo per la campagna completamente solo, scoprii un punto del torrente sul fondo del quale si vedevano aggrappati con le zampette alle alghe per resistere alla corrente dei bellissimi tritoni crestati. Passavo le ore a guardarli, riuscii anche a prenderne uno in mano, era viscido e freddo, stette immobile come se fosse morto respirando debolmente, aveva dei colori bellissimi, tutte le sfumature del giallo sul ventre, rosso scuro lungo i fianchi e il dorso e la cresta blu cobalto, quando lo rimisi in acqua si mosse lentamente quasi incredulo poi ebbe un guizzo e sparì verso il fondo.
Stavo sempre solo e stavo bene, andavo a caccia di qualcosa con la fionda o con l’arco oppure andavo a pesca dove il torrente si allargava e la corrente rallentava, ogni giorno nelle mie esplorazioni mi spingevo più lontano dalla stazione e dalla ferrovia.
Colpii alla testa con la fionda una grossa serpe nera che sul far della sera si era bloccata nell’erba al vedermi, non so perché uccisi quella povera bestia, il sasso colpì la testa senza fare alcun danno visibile e lei rimase immobile, credevo di averla mancata e invece l’avevo ammazzata, stetti ad aspettare che si muovesse, alla fine le toccai la coda e mi accorsi che era morta, non ho mai visto un serpente morire così sul colpo, di solito si contorcono anche con la testa sfracellata o tagliata via e continuano a farlo per un bel po’, invece quella serpe restò fulminata nella stessa esatta posizione nella quale si era fermata prima di essere colpita, pensai che non deve essere male morire così, senza rendersene conto.
Mentre camminavo da solo, con l’arco di traverso sulle spalle e il coltello appeso alla cintura, mi trasferivo in un mondo parallelo e selvaggio, il silenzio della campagna intorno rotto solo dai fischi e dai versi degli uccelli, i fruscii tra l’erba o la fuga precipitosa di una lepre, i ruderi di antiche casupole lontane, i boschetti freschi e misteriosi nella cui umida penombra volavano lente e ipnotiche delle piccole falene con le ali oblunghe nere e turchesi, le acque nascoste che per un lungo tratto sembravano contenute da argini da lungo tempo abbandonati, tutto mi rapiva e seguivo il corso dei miei pensieri e parlavo con me stesso come se dialogassi con un compagno di giochi, la mia stessa voce quando provavo a parlare davvero per rompere quel silenzio mi pareva estranea e diversa come se anch’essa appartenesse ad un altro.
Fu quando raggiunsi quelle lontane case abbandonate che lo incontrai per la prima volta, i ruderi sembravano far parte di una antica masseria fortificata, i vani delle piccole finestre, quasi feritoie che si aprivano sul muro esterno erano ancora tutte protette da sbarre di ferro tranne quelle tanto piccole da non consentire l’ingresso di un gatto. Parte del muro di cinta, dove un tempo doveva essere il portone di ingresso, era crollato ed io mi spinsi sino al centro della corte principale. Tutte le porte che davano sulla corte erano fatiscenti e le uniche finestre si aprivano al primo piano a gola di lupo rovesciata come piombatoi. I muri, che si andavano ingrossando verso il basso, erano fortemente inclinati e gli angoli erano acuti come si usava anticamente nelle fortificazioni. Ero affascinato ma anche un po’ spaventato da quel luogo sinistro e abbandonato quando mi chiamò… ehi tu, cosa cerchi?… non capii subito da dove veniva quella voce, mi guardai intorno e lo vidi, era in piedi sul terrazzo della casa più grande, aveva più o meno la mia età e in un attimo scese con due salti passando per una scaletta laterale… cosa vuoi? cosa cerchi qui?… niente giravo… feci io… questa è la mia fortezza e non ci voglio nessuno… aveva la faccia molto abbronzata gli occhi scuri e i capelli nerissimi quasi crespi, non sembrava cattivo ma aveva una espressione molto dura, non sembrava intenzionato a discutere per cui me ne andai. Una volta fuori dalla piccola corte mi fermai, avrei voluto fare amicizia, è vero che da solo stavo bene ma non mi sarebbe dispiaciuto avere un compagno di giochi e di esplorazioni, da dove mi trovavo non riuscivo a vederlo per cui tornai indietro, mi fermai sulla breccia delle mura, nella corte non c’era più, lo chiamai, ma non si fece vedere, aspettai un po’, poi decisi di andarmene, mentre mi allontanavo dalla collinetta, mi sentii osservato e lo immaginai affacciato sulla breccia a guardarmi andar via ma non mi voltai, il mio orgoglio me lo impediva, che mi richiamasse lui se voleva giocare.
Tornai il giorno dopo fra quelle macerie ma lui non c’era, un po’ deluso continuai a girovagare nei dintorni ed ogni tanto mi pareva di intravederlo nascosto dietro agli alberi o accucciato dietro ai cespugli ma ogni volta non potevo essere sicuro che fosse lui e non invece un riflesso del sole o una falsa ombra.
Non c’era più o se c’era non voleva farsi trovare, ripresi a parlare con me stesso… potrei tornare alle rovine… dissi con la mia voce strana dopo tanto silenzio… e trovare il posto dove dorme… certo!… avrà pure una casa… ma non sarà tra le rovine… ma se invadi le sue rovine verrà pur fuori ad affrontarti… mi risposi… il sole è molto alto adesso ed è accecante, la pianura sarà rovente, forse è meglio andare di sera… con il buio tra quelle rovine?… meglio di giorno… avrei un po’ paura di frugare tra quei ruderi al buio… ci saranno dei topi… mi porto il coltello… ma cosa ti importa di lui non stai bene così?… mi ha scacciato e non aveva diritto di farlo… vero, questo è vero non aveva il diritto… fu così che mi ritrovai nella corte tra quelle case spettrali, le porte erano fradice e dentro stava accatastato di tutto persino una vecchia bicicletta rossa tutta arrugginita, somigliava alla mia vecchia bicicletta, ero così felice quando mi fu regalata, ma poi fui punito ingiustamente e non ricordo di averla più toccata quella maledetta bicicletta rossa, ricordo di averla lasciata arrugginire a bella posta… ma perché dovrebbe essere lei, chissà dove è finita dopo che io non la volli più… poi notai il fregio subito sotto al sellino, era ovale con un’aquila dorata con le ali aperte in campo azzurro inscritta in un nastro rosso, il fregio non era arrugginito, per lui il tempo non era passato… sembra proprio la tua bicicletta… era la sua voce, apparve dietro di me sulla porta, la luce del sole che aveva alle spalle mi impediva di vederlo in faccia ma lo riconobbi immediatamente, era proprio lui, l’amico che cercavo, gli gettai le braccia al collo e lo abbracciai forte baciandolo sulle guance, lui non si negò al mio abbraccio e mi sussurrò… ti stavo aspettando, lo sai che ti voglio bene.
Andammo subito ad osservare i tritoni crestati, mentre stavamo a guardarli muoversi lentissimi nella corrente mi posò una mano sulla testa… hai la testa rovente, bagnati la testa… mi disse… devi stare attento, questo sole è pericoloso… mi bagnai la testa, portavo i capelli cortissimi, e sentii la pelle molto calda e tesa sotto le mani, la bagnai ancora e mi sentii un po’ meglio… come ti chiami?… chiesi…… Goffredo… esitò e poi aggiunse… Goffredo di Sanguinara… che nome strano… feci io… sembra antico… non è antico è un nome che mi hanno dato in Terra Santa… sei nato in Terra Santa?… chiesi… nel mio gioco mio padre è un crociato e io sono nato a Betsania vicino a Gerusalemme… lo guardai socchiudendo gli occhi per il sole e mi accorsi che indossava una tunica bianca di lana grezza sopra a dei pantalonacci di orbace nero che arrivavano a metà polpaccio, alla vita portava una cintura di cuoio cotto larga un palmo dalla quale pendeva vuoto il fodero di una spada… e la spada?… chiesi… è al castello qui non mi serve, però ho questo, estrasse in un lampo un pugnale corto e largo, quasi una piccola daga, lo mostrò tutto orgoglioso… l’ho preso a un saraceno sotto Cesarea, era ferito ed io l’ho finito con un sasso e gli ho preso il pugnale… hai combattuto nelle crociate?… la crociata è finita ma quelli non si arrendono mai e ogni tanto ci provano, bisogna stare sempre pronti, senti adesso devo tornare alla fortezza sulla collina, dove ci siamo conosciuti, sono di sentinella stasera e non voglio fare tardi, vuoi venire anche tu?… risposi con la mia voce di sempre, non la sentii strana… certo che vengo… ci avviammo a piedi sotto il sole cocente della Palestina, vidi il fiume scorrere tra gli argini appena costruiti poi la strada di pietre connesse che saliva sino alla collinetta, in cima la piccola fortezza, i muri spessi ed inclinati verso l’alto, gli spigoli acuti e rinforzati, le finestrelle a feritoia e le caditoie nella parte alta, sul tetto della casa più grossa, quasi un torrione quadrangolare inserito nelle mura, si muoveva appena nell’aria ferma un grande gonfalone bianco inquartato da una croce nera… vogliamo che si veda da lontano perché sappiano con chi hanno a che fare… disse Goffredo… ti darò dei vestiti come i miei e un mantello, dovrai levarti questi stracci adesso che stai con noi, cioè se vuoi giocare alla crociata… aggiunse con aria di rimprovero… mi resi conto che i miei vestiti erano logori e stracciati, i pantaloni bucati alle ginocchia e la casacca sporca e stinta dal sudore… devo aver girovagato troppo in questi giorni… dissi… forse mi sono allontanato troppo da casa… aggiunsi quasi tra me.
Somigliava a qualcuno che non riuscivo a ricordare, aveva un bel viso, gli occhi scuri e profondi sotto le sopracciglia, sempre leggermente aggrottate, gli zigomi segnati e i capelli ricci, sulla bocca un smorfia amara quasi un sorriso al contrario, mi ricordava qualcuno che avevo già visto e conosciuto, sentivo che doveva essere stato molto importante per me ma era come se fosse successo in un altro mondo, in un’altra vita.
In effetti mi ero allontanato troppo, quando cercai di tornare verso casa mi accorsi di essermi smarrito, i miei punti di riferimento: il lungo e dritto stradone che tagliava la pianura e la linea ferroviaria erano scomparsi, la piana si presentava brulla e giallastra sino all’orizzonte, vuota sotto il sole abbacinante, come doveva essere prima della comparsa dell’uomo, per cui tornai alla fortezza.
Il caldo era soffocante nella piccola corte e il riverbero del sole sulle pareti bianche insopportabile, la fronte mi bruciava come se avessi la febbre, mi rifugiai nella stessa casamatta dove avevo trovato la bicicletta ma adesso tutto era in ordine e le cianfrusaglie erano scomparse, mi sdraiai su un pagliericcio, la stanza a piano terra era fresca e la penombra mi riposava gli occhi. La notte fece quasi freddo e nel dormiveglia vidi il mio amico chinarsi su di me e coprirmi con un mantello, poi rimase seduto accanto al letto a guardarmi, mi sembrò un po’ più vecchio di quando giocavamo alle crociate.
Mi apparve di nuovo Goffredo, adesso era più alto ed era vestito con una tuta da aviatore bianca, mi venne incontro sullo stradone asfaltato, era abbronzato e i capelli ricci erano tagliati molto corti, il bianco della tuta lo faceva sembrare anche più scuro, mi venne vicino e mi accarezzò la testa, sembrava triste… che succede?… chiesi… c’è la guerra, quella vera… rispose… ed io devo partire e invece volevo lavorare e sposarmi ed avere dei figli e vivere… tornerai, vedrai andrà tutto bene… dissi per consolarlo, ma lui sembrò non credermi… si accosciò davanti a me, le nostre facce erano alla stessa altezza adesso e ci guardavamo negli occhi… mi somigli… disse… sei proprio tu… aveva gli occhi grandi e scuri, mi poggiò le mani sulle spalle, erano mani pesanti, da uomo e disse… mi sarebbe piaciuto starti vicino, ti avrei insegnato tante cose e saremmo stati amici… ma noi lo siamo già… risposi… siamo amici… gridai mentre si allontanava lungo lo stradone che adesso era diventato la pista di un aeroporto e c’erano tre aerei ad elica che rombavano sulla pista e stavano alzandosi in una formazione a v molto stretta ed avevano il muso a bugne ed erano verniciati con grandi macchie color terra su uno sfondo color sabbia… Goffredo… gridai per superare il rombo dei motori… dove vai? che aerei sono?… sono caccia… rispose… devo andare anche io, arrivederci… e, salutando a gran gesti con la mano, attraversò di corsa la pista nel polverone sollevato dagli aerei che adesso stavano virando tutti e tre insieme verso il sole, io rimasi sulla pista da solo.
Finalmente, dopo lunghe ricerche, ho ritrovato la ferrovia, sono sbucato sopra una piccola scarpata e sotto ho visto le rotaie, sono sulla buona strada, seguendole dovrei arrivare alla nostra stazione oppure ad un’altra.
Ho camminato per ore ed ore sino a sera, nella direzione che ho preso non c’è ombra di stazioni, non è passato nemmeno un treno e ho notato che le rotaie sono coperte di ruggine anche sulla parte superiore e le erbacce crescono rigogliose sulla massicciata, sono sicuro che qui non passano treni da moltissimo tempo. Dovrò tornare alla fortezza per dormire, non posso mica passare la notte all’aperto, non so che animali possono saltar fuori da un momento all’altro e nella boscaglia ai margini della ferrovia si sentono strani rumori. Sono riuscito a rientrare nella fortezza poco prima che chiudessero il portone e ho dormito sul solito pagliericcio. Goffredo mi ha portato una zuppa di farro con pezzetti di carne e del pane azzimo, l’acqua del pozzo sa un po’ di terra ma è freschissima. Poi abbiamo montato la guardia sulle mura per il primo quarto della notte e Goffredo mi ha raccontato un sacco di storie ed episodi della sua vita, in lontananza nella pianura buia si vedeva la luce di un falò e il fumo rosseggiava salendo verso il cielo… sono di sicuro cavalieri saraceni… disse Goffredo… da quella parte ci sono solo loro, per fortuna non sei rimasto nella pianura stanotte.
Pensavo che mi sarei svegliato a casa e invece ero ancora nella fortezza, ho pregato Goffredo di accompagnarmi verso la ferrovia ma lui non capiva di cosa stessi parlando, ho deciso di fargliela vedere, siamo andati insieme sino alla piccola scarpata ma la ferrovia non c’era, al suo posto abbiamo trovato una pista di terra battuta larga quanto una massicciata ma della ferrovia, delle rotaie e delle traversine non c’era traccia. Goffredo conosceva quella pista… è una carovaniera… disse, con l’aria di canzonarmi… è solo una vecchia pista per cammelli e muli… io la volli seguire lo stesso e Goffredo mi accompagnò a malincuore ma ben presto dovemmo tornare indietro perché rischiammo di finire lapidati da una fitta sassaiola… frombolieri che tirano dalla boscaglia… disse Goffredo, mentre fuggivamo… devono essere in parecchi… non si vedeva anima viva ma qualcuno evidentemente voleva spaccarci la testa a sassate. Dopo una corsa che ci lasciò senza fiato ai piedi della scarpata, ci riposammo un po’ prima di riprendere il cammino, la giornata era afosa come sempre e il sole rovente, la nuvolaglia che leggera lo velava non dava nessun sollievo ma rendeva il caldo più opprimente, la pianura in lontananza tremolava per il grande calore e di sicuro alcune torri che credevo di vedere in lontananza erano miraggi… ma cosa cerchi? dove vuoi andare?… chiese Goffredo mentre ci riposavamo seduti nella scarsa ombra di una polverosa acacia i cui rami più bassi sfioravano il terreno… a casa, voglio andare a casa mia… ma tuo nonno non c’è più e i tuoi sono tutti così tristi, per te è molto meglio stare qui con me… disse… mia madre prima o poi verrà a riprendermi… feci io e Goffredo divenne improvvisamente triste… era così bella da giovane… disse abbassando gli occhi… chi?… chiesi… niente, la mia fidanzata era così bella quando la lasciai per andare in guerra, lei non voleva che partissi, mi ricordo eravamo su una terrazza di fronte al mare e c’era molto vento e lei era vestita di bianco e le sue due sorelle erano vestite di bianco ma lei era la più bella e la gonna si gonfiava e si sollevava per il vento e lei la abbassava con entrambe le mani, ci veniva da ridere ma eravamo così tristi che non lo facemmo, io ero pronto per partire e con me c’era un mio amico vestito da marinaio che doveva imbarcarsi con la flotta ed era triste anche lui ma più di noi e infatti la sua nave affondò dopo una battaglia notturna e di lui non se ne seppe più niente, io invece ero vestito da aviatore e sapevo che sarei tornato perché dovevo sposarmi ed avere un bambino, un maschietto, sapevo già come sarebbe stato perché lo avevo conosciuto in sogno… avevi conosciuto tuo figlio in sogno?… chiesi… certo… rispose… si può fare, in sogno si può fare di tutto, si può andare avanti e indietro nel tempo e parlare con i morti e anche con quelli che devono ancora nascere, il sogno è la porta per… si interruppe, si alzò di scatto e poi si accucciò di nuovo, a metà strada tra noi e le colline si stava alzando una grossa nuvola di polvere, chi la sollevava veniva rapidamente nella nostra direzione… non devono vederci… disse Goffredo o siamo perduti… non feci domande e lo seguii in una corsa folle, bassi tra l’erba alta e tagliente, dall’altra parte del piccolo dosso sul quale spuntava il boschetto di acacie, correvo chino con la faccia in avanti proteggendomi il viso ora con un gomito ora con l’altro ma non riuscivo ad evitare tutte le staffilate dell’erba, era molto faticoso e doloroso correre così ma non volevo restare indietro, corremmo ancora per un centinaio di metri, poi Goffredo si acquattò nell’erba alta ed io lo imitai trattenendo il respiro, potevo vedere solo l’erba davanti a me e con la coda dell’occhio il cielo sopra di noi, velato e lontano, restammo immobili, sentii avvicinarsi un rumore assordante, sembrava un trattore, ma molto veloce, ci superò cigolando, sembrava che si stesse allontanando ed invece i giri del motore scesero di colpo e sembrò fermarsi a una decina di metri sulla nostra destra, incrociai lo sguardo di Goffredo, strizzò gli occhi e tese la bocca perché facessi silenzio ma io avevo già capito e rimasi immobile, quasi senza respirare, sentii almeno due di loro parlare e ridere mentre orinavano a meno di due o tre metri da noi, poi gridarono più volte il mio nome, avevano uno strano accento e le loro voci gutturali mi facevano paura, poi si allontanarono, il motore accelerò e mentre il rumore svaniva lentamente nella pianura… andiamocene subito, prima che tornino… dissi e ci mettemmo a correre verso la nostra fortezza incespicando ogni tanto nel terreno accidentato.
Adesso Goffredo era di nuovo più grande di me e nell’ultimo tratto mi afferrò per un braccio perché corressi più veloce e quasi mi sollevava da terra e io correvo, correvo come non avevo mai corso in vita mia e mi sembrava di volare sorretto da Goffredo, spiccavo dei grandi balzi insieme a lui e capii che lo avevo sempre desiderato che quella stretta mi era sempre mancata.
Passammo dei bei giorni nella fortezza giocando alle crociate, respingevamo assalti e sostenevamo assedi, ogni giorno uscivamo in esplorazione o a combattere e molte volte riuscivamo ad avvisare i nostri prima che i saraceni arrivassero.
Poi sognai i miei, sognai che erano disperati e mi cercavano, anche mia madre mi cercava e piangeva ogni giorno. Eravamo sulle mura a spiare i movimenti di alcuni cavalieri saraceni quando chiesi a Goffredo di aiutarmi a tornare a casa… aiutami ti prego devo rivedere i miei salutarli, dirgli che sto bene qui con te e poi tornerò alla fortezza… lui mi guardò con l’aria dubbiosa… forse non tornerai mai più, forse non riuscirai a tornare… devo parlare con loro e poi tornerò qui te lo prometto… queste cose non si possono promettere, anche io una volta uscii da casa e promisi di tornare ma non tornai… perché non sei tornato?… avrei voluto ma non ho potuto farlo, ho desiderato con tutte le mie forze rivedere mia moglie e il mio bambino ma non mi è stato permesso e allora sono venuto ad aspettare in questa fortezza, comunque se proprio vuoi andare a casa devi seguire la pista dei cammelli e troverai la ferrovia e poi la stazione… ho un po’ paura… dissi… hai ragione… rispose Goffredo… la avrei anche io… tu non puoi accompagnarmi?… solo per un pezzo, ti lascerò prima che comincino le rotaie… il sole color del tizzone calava sulla pianura polverosa quando lasciammo la fortezza e il cielo sembrava incendiarsi in un trionfo di chiome rosse e rosa, turchine e grigio piombo.
Le rotaie erano tutte arrugginite e le traversine in molti punti erano marce, a malapena si intravedevano in mezzo alla sterpaglia che copriva la massicciata, Goffredo mi aveva lasciato da un giorno ed io camminavo nella direzione che lui mi aveva indicato ma non vedevo traccia di case o persone e la pianura si faceva sempre più arida e deserta, decisi di camminare di notte e dormire di giorno all’ombra del mantello steso sulle sterpaglie che crescevano accanto alla massicciata, il tempo era scandito dai miei passi sulle traversine e dai miei sogni sempre più confusi.
Avevo appena ricominciato a camminare quando in lontananza mi sembrò di vedere la stazione, accelerai il passo sin quasi a correre ma era più lontana di quanto non sembrasse, biancheggiava e sfuggiva davanti a me come un miraggio nella luce del plenilunio e dovetti rallentare.
Arrivai che era notte fonda, la stazione era in completa rovina, le imposte pendevano sconnesse o mancavano del tutto, la porta non c’era più e l’ingresso era stato completamente riempito da un groviglio di filo spinato che sembrava occupare tutto il piano terra, attraverso una finestra si vedeva il tetto sfondato.
Mi sedetti poggiando la schiena contro il muro accanto all’ingresso e la stanchezza, la delusione e lo smarrimento mi vinsero.
Mi svegliarono delle voci, qualcuno cantava, era ancora notte e vidi dei carri e un fuoco non molto lontano dai ruderi della stazione. Intorno al fuoco stavano seduti in cerchio due uomini e tre donne, c’erano anche quattro bambini, uno degli uomini suonava la chitarra e cantava a mezza voce, in una lingua sconosciuta, una canzone piena di malinconia, mi avvicinai, la donna più anziana raccontava storie per tenere buoni i bambini, non voleva che si avvicinassero ai ruderi della stazione o si allontanassero dal fuoco, la donna raccontò che un tempo, molti anni prima, quando la ferrovia ancora funzionava, nella stazione viveva una famiglia numerosa… era gente di fuori… disse… che veniva da lontano, erano arrivati da poco tempo quando il più piccolo della famiglia, un bel ragazzino, scomparve nel nulla mentre girovagava per le campagne, i suoi lo cercarono a lungo inutilmente, venne anche l’esercito per cercarlo ma non fu mai ritrovato, poi quella gente andò via disperata, il treno smise di passare e la ferrovia fu chiusa e nessuno volle più vivere nella stazione dove si dice che nelle notti di luna si aggiri ancora il bambino scomparso… il fuoco di legna umida sfrigolava soffiando nugoli di scintille verso il cielo e i bambini terrorizzati si stringevano l’uno all’altro… basta nonna… disse l’uomo con la chitarra… se hanno paura non vogliono dormire da soli… poi riprese a suonare e la donna passò a storie di guerre e di cavalieri.
Quando quella gente andò a dormire sui carri io rimasi ancora un po’ in piedi vicino al fuoco, le braci fumavano e lumeggiarono a lungo… mentre ancora brillavano le stelle mi avvolsi nel mio mantello e mi misi in marcia a passo svelto, non potevo perdere tempo, dovevo tornare subito da Goffredo.


La sonda con la quale l’autore attraversa l’universo dei protagonisti ha un’estremità dolorosamente conficcata nel suo intimo, nella consapevolezza che non è possibile conoscere l’altro se non si conosce se stessi. Dell’autore infatti si potrebbe dire che appartiene a quella schiera di “tuffatori del pensiero” che, come scrive Melville, si sono immersi tanto in profondità da risalire in superficie “con gli occhi iniettati di sangue”
Sandro Montanari